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venerdì 19 agosto 2016

GUERRA E PACE di Lev N. Tolstoj

Duecentotrentadue giorni di lettura, al passo di un maratoneta zoppicante, sono la misura del mio lungo e straordinario viaggio tra le pagine di Tolstoj. Sì, è un ritmo di lettura lentissimo e non ne vado particolarmente fiero; tuttavia, se non altro, se ne deduce che anche a bassissimi giri si può scalare una montagna. E poi, in ogni viaggio, più lenti si va più particolari si possono cogliere.
Di romanzoni ne ho letti diversi, nella mia vita; i volumi più poderosi di Dostoevskij, Joyce, Dickens, Hugo. Questo Guerra e Pace potrebbe anche superarli tutti, non ho fatto un preciso conteggio delle pagine, ad ogni modo posso ben dire che è uno dei romanzoni più titanici della mia vita, nonché in assoluto nel panorama della grande Letteratura.
Partiamo da un pregiudizio diffuso: a proposito dei classici russi, si dice comunemente che Dostoevskij sia intenso e cerebrale, mentre Tolstoj sia prolisso e moralista. E’ una visione assai parziale e ingiusta; io amo il torvo Fëdor e le sue discese a capofitto nei mali dell’animo, ma Tolstoj non è assolutamente da meno. Certo Lev è più cavalleresco e marziale, amante delle digressioni piene e a tratti ampollose come Hugo, ma la sua penna è affilata e precisa nell’intagliare tanto i campi di battaglia quanto la profondità caratteriale dei personaggi, tanto le dissertazioni storiche e filosofiche quanto i dialoghi più emozionanti e coinvolgenti.
Lev Nikolàevič Tolstòj è uno che la guerra l’ha conosciuta bene. Per quattro anni, tra il Caucaso e la Crimea, ha combattuto e visto morire maturando infine la convinzione che la guerra non avesse affatto quell’aura epica di cui si disquisiva nei salotti e che la carriera militare non facesse per lui, scegliendo perciò - a imperituro beneficio di tanti suoi lettori - l’arte dello scrivere. La sua esperienza personale è un bagaglio importante per la ricostruzione della vita quotidiana di fanti e ufficiali, come traspare evidentemente nelle efficaci descrizioni delle retrovie russe; ma il bagaglio fondamentale, quello che segna nel profondo la grandezza di Guerra e Pace, è (come sempre) la cultura. Per fare un bel reportage basta l’occhio acuto e la penna facile, per scrivere un’opera così imponente serve molto di più; occorre una visione storica profonda e articolata, sorretta da pile di libri, fondata sulle biblioteche e sugli archivi più che sul campo di battaglia, sullo studio più che sulla sciabola.   
Guerra e Pace si sviluppa essenzialmente attraverso due binari più o meno paralleli; Tolstoj alterna finzione e Storia in un confine non sempre netto (perdonate il paragone forse irriverente, ma a me qui viene in mente James Ellroy) incrociandole in più di qualche occasione. Da un lato ci racconta le vicende personali di un gruppo di famiglie russe prima, durante e dopo l’avanzata napoleonica del 1812, dall’altro ci accompagna negli eventi storici in senso stretto, dando voce non di rado a autentici personaggi storici come lo stesso Napoleone, l’imperatore Alessandro o il generale Kutuzov, ricreando con eccezionale plasticità le battaglie di Austerlitz e Borodino, l’incendio di Mosca, le articolate strategie miliari ora di un fronte ora dell’altro.
L’attenzione del lettore richiede uno sforzo in più (cosa comune nei grandi Classici, sforzo di gran beneficio aggiungo), la capacità di accettare nella sua interezza questa narrazione binomiale lasciandosi guidare dalla penna sicura di Tolstoj. Come non si può scindere la Storia dalle storie, così non è ammissibile “saltare le parti” in cui dobbiamo mettere momentaneamente in stand-by le palpitanti vicende di Pierre, Andrej o Natal’ja (che indubbiamente arrivano più dirette al cuore) per stagnare tra le manovre dello scacchiere bellico. Questo è per antonomasia il romanzo storico. Vietato dunque eludere l’aggettivo.
Ma cosa è la storia per Tolstoj? Vi dico subito che nel caso abbiate una macchina del tempo e vorreste andare a chiederglielo di persona, beh, sappiate che non ne uscirete vivi. Vi tratterrebbe per giorni e per notti discettando ogni minuzia; no, la sintesi non è certamente tra i doni di questo straordinario scrittore. Ebbene proprio per questa sua smisurata attitudine alla disquisizione (eccovi un mio neologismo fresco fresco: disquisitudine), il barbutissimo Lev potrebbe smuovere anche in voi, come è accaduto per me, i meccanismi più arrugginiti del ragionamento. Tra le tante lampadine che mi ha acceso in testa, segnalo questa; spesso siamo abituati a bignamizzare gli eventi storici, per cui “Napoleone ha condotto la campagna di Russia”, “Napoleone ha vinto qua, Napoleone ha perso là”. Ecco, nell’approssimazione uno può perdere anche tutta la vita, diceva un altro grande russo, Pavel Florenskij; accettiamo solo informazioni semplici e ridotte (e quale cura allora, in questo senso, la lettura di grandi Classici come questo!). Tolstoj non accetta scorciatoie, perché tra il potere e la volontà delle masse c’è una cascata di fattori. Trovo magnifico l’esempio della battaglia di Borodino, che prima di leggere questo romanzo ritenevo semplicemente la battaglia decisiva, che diede la svolta a favore dei russi. Nel romanzo non appare mai chiaro l’esito della battaglia; del resto come capire a quel tempo chi aveva vinto sul campo di battaglia? Non ci avevo mai riflettuto, ma è verissimo. Solo l’esito finale di una guerra disegna, attraverso una rilettura spesso eroica e chiaramente poco oggettiva, quelli che furono gli eventi cruciali.
Guardiamo inoltre alla figura del generale Kutuzov, davvero emblematica. Prima di leggere il romanzo, mi aspettavo un eroe. Sapevo che il villain era chiaramente Napoleone e leggendo attendevo trepidante lo svelarsi del suo reale antagonista russo. L’imperatore Alessandro, con tutta la sua aura dorata e il suo impeto giovanile, visto come un angelo bianco a cavallo attraverso gli occhi di Nikolaj Rostov (uno dei protagonisti, personaggio non propriamente simpatico), non sembra mai ambire al titolo. Non resta che riporre ogni fiducia sull’attempato, grasso e mezzo cieco generale Kutuzov, vecchia volpe che sa mettere tutti al suo posto; attendista fino allo sfinimento, certo concorre alla tattica che portò di fatto a una sorta di autodistruzione francese, ma vuoi la sua andatura sciancata, vuoi la sua poca epicità, vuoi che mezza Russia non lo sopportava, insomma non può certo indossare il mantello del supereroe. E allora chi è l’eroe? Il popolo russo? Sì e no, anche no. La provvidenza manzoniana che ha cambiato latitudine? Sì e no. C’è una forza che determina la Storia, un accumulo di fattori che nessuno storico, scienziato, teologo, filosofo potrà mai tradurre fino in fondo. Forse ci voleva un romanziere…
Una forza che si riesce a cogliere solo attraverso il Romanzo? Sarebbe pazzesco. Ma non lo escluderei.
La Storia ha forti limiti, la Storia si legge. Come un libro. E chi la scrive, ha letto a sua volta. Tutto si interpreta, anche senza necessariamente prendere una parte; oggi mi sento un po’ più rinfrancato nel mio sconfinato amore verso la finzione, l romanzi, i racconti, le poesie, i film. E quelli che leggono “solo i saggi perché parlano di cose vere” mi sembrano un po’ come quegli stuccatori dell’efficacissimo paragone di Tolstoj i quali, essendo stati incaricati di stuccare gli interni di una Chiesa, prendono a stuccare qualsiasi cosa, finestre e fregi compresi, compiaciuti dell’assoluto sovrano biancore. Tutto è vanità. Perfino lo stucco.
Un ultimo sguardo ora lo dedico al cast di questa storia. Perdonate il termine cinematografico, ma davvero leggendo le loro vicende mi andavo proiettando un vero e proprio kolossal in testa (senza aver ancora visto nessuno dei film che ne sono stati tratti, puntualizzo). Non c’è dubbio che il personaggio chiave sia quel Pierre Bezuchov - con tanti chili di Tolstoj medesimo addosso – un po’ goffo, a volte pedante, di una intelligenza curiosa e dal buon cuore e che la reginetta dell’Oblast’ sia la giovane e (inizialmente) frivola Natal’ja. Ma l’intera galleria di personaggi è straordinaria in ogni suo nobile o mužik, dalle immancabili regine del salotto ai vecchi tirchi e livorosi come il magnifico principe Nikolaj Bolkonskij (sarà un caso, ma a me questi vegliardi rimangono sempre un po’ nel cuore – vedi il vecchio taccagno della Casa desolata), dalle piccole petulanti principessine bacchettone come Marija a quelle intriganti e libertine come la fascinosa Hélène. Tutti questi personaggi cambiano durante il corso della narrazione; gli eventi stravolgono le loro vite, li trascinano raminghi attraverso Mosca deserta, sotto i colpi di cannone o le brucianti ferite dell’amore, seppellendone più d’uno (George R. R. Martin e il suo Trono di Spade avrà pure imparato da qualcuno) e portando nascituri.
Lasciatevi trasportare nel cuore tumultuoso dell’ottocento europeo. Di quando la Russia non poteva non dirsi europea, tant’è che i ranghi più nobili parlavano spesso in francese e di questo se ne accorgerà bene il lettore che non ha la fortuna di conoscere quella magnifica lingua, essendo costretto a saltare alle note con una certa frequenza. Di una Europa che andava formandosi bagnando la terra col sangue di moltitudini. Realmente, come dice il poeta Handke, è difficile cantare un epos di Pace essendo la guerra tristemente più “fotogenica”; ma proprio questa difficoltà ottiene alla lunga il risultato ancor più bello, almeno per come ci è riuscito il nostro Leone Tolstoi (adoro le italianizzazioni, sono così d’antan), il quale proprio nelle parentesi di Pace ha scolpito le più indimenticabili pagine di umanità attraverso i suoi personaggi.

venerdì 13 marzo 2015

Siamo tutti ridicoli, non abbiamo scampo. L'idiota di Dostoevskij

Immaginate di entrare nel classico, sontuoso salotto frequentato dal cosiddetto "gran mondo". Scorgete in disparte un biondino insignificante, sguardo un po' ebete: non se lo fila nessuno. Impietosito, qualcuno gli si avvicina con l'intento di coinvolgerlo in una conversazione; questi comincia letteralmente a esondare, come se prima si stesse trattenendo, si anima, diventa febbrile e gesticolante mentre intorno calano gelo e imbarazzo; nella foga dell'agitazione, urta e manda in frantumi un grosso vaso cinese.
Damy i gospoda, ecco a voi il principe Lev Nikolaevic Myškin, il "cavaliere povero" da molti bollato come un perfetto "idiota", impareggiabile dispensatore di scandali. Nessun filtro tra pensiero e parola, nessun pregiudizio nei confronti di alcuno, neanche dei peggiori fedifraghi, bugiardi, cialtroni, ruffiani e violenti. Dostoevskij ha voluto dar vita ad un uomo perfettamente "buono", di una bontà consapevolmente ingenua perchè spoglia di qualsiasi etichetta o formalità, indifesa perchè pervasa dalla convinzione che nessuno in fondo è malvagio. Un essere che non conosce competizione nè ambizione, che per mitezza risulta simile all' Agnello di Dio. Anche se solo in parte.
Ecco, su questa banalizzazione vorrei soffermarmi brevissimamente, dicendo con sicurezza che no, Myškin non rappresenta una sorta di "secondo Cristo in terra", come frettolosamente si può supporre. Gesù Cristo ha una personalità, un carisma, una umanità estranei al buon principe Myskin. Il Cristo si addossa le sofferenze per salvare, Myskin patisce perchè non conosce altra reazione che l'accettazione. D'altro canto il Cristo non si fa problemi a dare un paio di salubri scudisciate ai mercanti del tempio, mentre Myskin non lo farebbe mai, perchè lui tollera praticamente tutto. Dissipata la noiosa nebbiolina di una banale cristologizzazione dell'Idiota, andiamo avanti.
Myškin è letterariamente paragonabile ad una miccia sfrigolante in un palazzo. Tutti guardano questa miccia trattenendo il respiro, temendo l'inevitabile esplodere dello scandalo ma allo stesso tempo sono incapaci di prevenirlo. E' senza dubbio la generalessa Epančina il personaggio che riassume meglio questa scandalofobica, nobile Russia inconcludente del XIX secolo. Donna energica ma eternamente indecisa, tenera chioccia e matrona irascibile, ora ama ora disprezza il principe idiota con egual passione, in un esilarante tiramolla in cui si trascina dietro figlie, cognati e tutta la gran coorte assortita di questo romanzo. Una pletora interminabile di lacchè, studenti malaticci, nichilisti, mantenute, giornalisti, militari, principi, rissaioli, ubriaconi - perchè un romanzo affollato come questo, vi assicuro, è davvero ostico trovarlo. In questo aspetto dell' incessante radunarsi di un popolo "diversamente peccatore" attorno al principe possiamo riconoscere una efficace rievocazione della figura di Gesù. Tutti si trovano a ronzare attorno all'imprevedibile buon epilettico e alla sua dolce, paziente favella, suggendo (e contestando) le sue stille di povera saggezza.
La mia massima preferita è senza dubbio quel salace "Siamo tutti ridicoli, non abbiamo scampo" pronunciato nel salotto dove avviene l'epic fail descritta all'inizio. Ma quella che è rimasta più impressa nella memoria collettiva è l' iconica "La bellezza salverà il mondo"; nel dialogo ove essa è contenuta, viene immediatamente opinato dal giovane "eterno morente" Ippolit: "Sì, ma quale bellezza?". Si aprono suggestive interpretazioni; trascendendo da quelle più ovvie e direttamente legate al testo, ovvero la bellezza dei personaggi principali femminili - la bellezza di Nastassja Filippovna, amata dal principe per pura pietà come la peccatrice perdonata del Vangelo, o quella della lunatica Aglaja, che suscita un timore reverenziale - vi è ad esempio la bellezza rappresentata dall'iconografia russa ortodossa, e la nota religiosità di Dostoevskij (un fervente anti-cattolico, va ricordato) ha ovviamente aperto la strada all'appropriazione teologica di questo felice motto.
Dire che la bellezza popola questo romanzo può essere una frasetta ad effetto, ma sarebbe del tutto insincera. E' la meschinità la grande protagonista. Sebbene va detto come in letteratura a volte la meschinità riesca a sovrapporsi magicamente alla bellezza, in un gioco di prestigio che solo i grandi scrittori sanno fare, perchè i personaggi più bassi, quando sono percettibilmente "amati" dalla penna di chi li crea, non possono che risultare di una singolare bellezza. Tale è il caso di quel magnifico bugiardo, adorabile fanfarone del generale Ivolgin, totalmente incapace di dire la verità, incapace di farsi rispettare in famiglia, di avere una dignità. Perfino ladro. Eppure noi, come il suo giovane figliolo Kolja, ci troviamo al suo fianco, mai sazi delle due panzane e delle sue millantate conoscenze che toccano l'assurdo, l'impossibile storico. Così giungiamo a dire che sì, per quanto mi riguarda lui può essere stato davvero paggio di Napoleone, anche quando tutto dice il contrario; se avete visto lo scoppiettante Big Fish di Burton, capite di cosa sto parlando.
Allo stesso modo risulta istintivo disprezzare untuosi personaggi come Lebedev, adulatori fasulli, camaleonti pronti a darti ragione su tutto salvo poi pugnalarti alle spalle (fatto curioso, Dostoevskij fa intessere una gioviale amicizia tra questi due opposti), così come il vile Gavrila Ardalionovic, aka Ganja, che fa il leone in casa ma è servile nei confronti di chi conta.
In definitiva ogni personaggio, come sempre accade nei buoni romanzi, è una finestra verso un tema; ho già accennato del malaticcio Ippolit, ebbene la sua "spiegazione necessaria" è una delle digressioni che più mi sono rimaste impresse. In particolare serberò sempre ricordo di questa frase: "Chiunque attacchi la carità individuale, attacca anche la natura umana e mostra disprezzo per la dignità personale". Ah, come mi piacciono queste parole, come le urlerei nell'orecchio di tutti quei bravi saputi cittadini modello che contestano la libertà di elemosina. Chiusa parentesi sociale.
E poi il doppio, tema già affrontato nel claustrofobico romanzo "Il sosia", che vede in Rogožin lo specchio deformante del buon idiota Myškin, il suo dark side violento, ateo e passionale.
C'è molto altro, ovviamente; ma mi fermo qua.
Concedetevi anche voi questa incredibile passeggiata nel giardino del bene e del male, tra amori, litigi e pettegolezzi, tra fede, filosofia e politica salottiera, in cui Dostoevskij ci fa da guida con la sua penna affilata, mostrandoci il ventre molle della Russia ottocentesca.

mercoledì 3 dicembre 2014

Da leggersi con umiltà, a lume di candela.
Casa Desolata di Charles Dickens

Chiudo vittorioso il romanzo in una sorta di trance vittoriana, ho addosso ancora gli umori di Londra e delle sue umide tenute nel verde dei sobborghi inglesi, sento ancora lo scalpiccio, il vociare, il rumore delle carrozze. Non vi narrerò tanto della mia difficoltà di lettura, tale da averci impiegato un anno e più per portare a termine questo pantagruelico romanzo, mollato e poi ripreso un paio di volte. Vi narrerò piuttosto della incredibile complessità di quest'opera, cercando stavolta di non sciorinare aggettivi a destra e a manca come sono ahimè solito fare. Non è propriamente mia intenzione quella di convincervi a iniziare la perlustrazione di questa "Casa Desolata", perchè di perlustrazione si tratta più che di semplice lettura. Troppa densità, un ordito troppo fitto per concedersi la modalità "light" del lettore moderno.  Non è che puoi attraversare a nuoto la Manica solo perchè sai arrivare a rana fino alle boe, giusto? Ecco, ritengo che bisogna partire con umiltà, consapevoli innanzitutto che un Classicone Ottocentesco non si inghiotte ma si assapora. Che Charles Dickens cantore dei trovatelli, degli usurai e delle nebbie londinesi è un osso duro, durissimo, altro che Topolino e il Canto di Natale, che le sue frasi sono blocchi di pietra tornita e intarsi di legno. Uno stile nobilissimo, inconfondibile. Una qualità artigiana nello scalpellare i personaggi che rivela il gusto del particolare, che riesce a trasmettere al lettore - in un modo che definirei magico - le precise sensazioni che suscita un certo ambiente. Sapete cosa significa guardare un temporale oltre al vetro e avvertire contemporaneamente odore della pioggia, nostalgia, tepore, poesia di un attimo. Lo avvertite come un tutt'uno, una specie di "cosa" allo stomaco, che dà un certo calore, da "lume di candela"; ecco avete capito, Dickens trasmette esattamente queste sensazioni. Va detto che in Dickens "calore allo stomaco" e zuppa cementizia vanno a braccetto. Vige la dura legge del pacchetto completo: prendere o lasciare. C'è una compiaciuta verbosità, c'è una ragnatela di correlazioni tra i molti personaggi da far venire il capogiro; c'è poi un comprensibile innesto di sentimenti pii e di integrità morale che oggi sono men che pallidi ricordi. L'estrema generosità del tutore Jarndyce, l'estrema bontà di Esther Summerson, l'aurea di pietas attorno a pover'anime di condizione martire e cuore angelico, i pudibondi rossori di Ada, etc.
Poi ci pensano i personaggi caricaturali, specie quelli più gretti e meschini usciti dalla sua penna d'oca a tenere desta l'attenzione.
Il Bastardo d'Oro spetta probabilmente a nonno Smallweed, rachitico usuraio circondato dal suo asservito parentado, un personaggio che nel suo uncinare col dito come la chela di un'aragosta sembra poter uscire dal libro e lacerare da un momento all'altro la pagina. O lo schermo del kindle. Ma poi c'è la pletora dei parassiti sociali, dal "vecchio bambino" Skimpole, socratino da salotto, all'egocentrico lamentoso vecchio Turveydrop fino a Mrs Jellyby, tutta presa dalle missioni africane mentre i suoi figli sono allo stato brado. Oppure il piccolo circo degli alienati, da Miss Flite inghiottita dai cavilli e dalle scartoffie di eterne cause legali alla disprezzatissima moglie impazzita del vecchio Smallweed, dalla gelida e sospettosa Mrs Snagsby fino al pupazzesco Mr Bagnet che esprime pensiero soltanto attraverso le opinioni dell'esuberante moglie. I temi affrontati sono tanti ma riassumendo a grandi linee si possono individuare: la lentezza della macchina burocratica tribunalizia, ingombrante scoglio sul quale vive attaccato un microcosmo di esistenze "in attesa". Il riscatto del buon poverello (tema caro a Dickens), ricompensato dalla sua irreprensibile bontà d'animo, ma anche l'accusa al vetriolo fatta ad una società che esclude drammaticamente il povero, che vuole farlo solo e perennemente "circolare" come il ragazzo di strada Jo. L'irriconoscenza del protegé - il "pupillo" Richard - che si ribella al tutore per i propri interessi (che a legger oggi, viene quasi da parteggiare per il ribelle). O anche il fatto che siamo davanti a un archetipo della detective story, con un investigatore (Mr. Bucket) dai modi al contempo "vittoriani" (moderati, attenti all'etichetta) e spicci. Ci sono troppi cunicoli aperti in questo cosmo dickensiano, una vita non basterebbe per raccontarli come si conviene. Avete tutto il tempo, leggetelo. Take your time; io ci ho messo un anno, e ne è davvero valsa la pena. Un romanzo che ritengo non si potrà mai "padroneggiare" abbastanza; si può certamente "assaggiare" con una prima lettura, e magari chissà "assaporare" meglio con una seconda lettura (si narra di alcuni ardimentosi che hanno superato la terza lettura). Spero di aver reso l'idea. Detto questo, tolgo il cilindro, m'inchino con calcolata grazia e scompaio inghiottito dalla bruma londinese.