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lunedì 22 febbraio 2016

Top 100 FILM da vedere (dal n. 13 al n. 11)

13. Le ali della libertà (1994) di Frank Darabont 

Rivedere questo film è una gioia per gli occhi e per il cuore. Frank Darabont è regista e sceneggiatore dalla filmografia contenuta ma che difficilmente sbaglia un colpo (suoi lo splendido Il miglio verde e l’affascinante trasposizione cinematografica di The Walking Dead). Insuperato nel genere "film carcerari", con un soggetto grandioso (c'è la mano del Re) e due attori che raggiungono qui l'apogeo della loro carriera, Tim Robbins e Morgan Freeman, "Le ali della libertà" è tra le tante cose un atto d' amore verso la cultura, verso l'arte che non può conoscere sbarre. Ciò si manifesta cristallinamente con la memorabile sequenza della diffusione via altoparlante delle Nozze di Figaro di Mozart. Questo film risulta addirittura al primo posto nella Top 250 di Imdb, quindi una classifica che rispecchia efficacemente il gradimento popolar-cinefilo, punto di giuntura tra il critico navigato e il consumatore di popcorn; beh, per quello che contano queste classifiche, vi dirò che io non ho molto da eccepire in merito.

12. Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese

Giù il cappello, questa è una storia criminale con pochissimi concorrenti all'altezza. Scorsese ha sparato una coppia d'assi pazzesca nei primi anni Novanta (a questo, si affianchi l'altrettanto strepitoso Casinò, cinque anni più tardi). Guardatevi queste due ore abbondanti di pellicola, ditemi voi se trovate qualche difetto.
La regia trova una incredibile sintesi di ritmo, energia e qualità dell'immagine, del sonoro, delle musiche. Perfino il doppiaggio va che è una favola; sincronizzatissimo, recitato all'altezza dell'originale, oltre al fatto che risulta naturalmente "tagliato" per l'edizione italiana, visto il marcato accento dei "mangiaspaghetti".
Joe Pesci è un attore per cui non stravedo, sarò sincero. Ma nella parte del gangster psicolabile, in Goodfellas come in Casinò, è stato gigantesco. DeNiro qui secondo me è un po' meno convincente dell'azzimato "Asso" Rothstein, mentre il posto più alto del podio spetta senza dubbio al protagonista, Ray Liotta, con la sua risata sguaiata, il suo sguardo plastico e glaciale che assume nell'ultima parte del film quell'aria strafatta, paranoica, senza dubbio l'apice della sua altalenante carriera. Amo il modo di fare e intendere il cinema di Martin Scorsese. La sua visione personale in grado di reinterpretare ogni tipo di materiale, di raccontare una storia senza mollarla mai, anzi più precisamente di farla raccontare ai suoi personaggi, diversificando i punti di vista.

11. Trono di sangue (1957) di Akira Kurosawa

Un magistrale Macbeth con katana e kabuto sullo sfondo del Giappone feudale. Un coro greco ci introduce al panorama desolato di nebbia e vento da dove con un flashback veniamo portati alle vestigia di una antica fortezza. Due cavalieri sperduti nell'intrico della foresta sotto la pioggia incontrano uno spirito con le sembianze di una vecchia diafana tessitrice, che predirà loro un glorioso e terribile futuro.
Così nel solco di una profezia che andrà inesorabilmente ad avverarsi vaticinio per vaticinio, cresceranno nel cuore del vulcanico Washizu il fuoco del sospetto e dell'alienazione, alimentato dai sussurri di una laconica Lady Macbeth in frusciante kimono. Kurosawa orchestra con grandezza una trama profondamente ancorata al modello scespiriano, che tra oscuri presagi e intrighi di palazzo giunge al grande assedio finale beffardamente architettato dal destino, così imprevedibile nelle sue stravaganti manifestazioni perfino nei circuiti chiusi delle profezie. Toshirō Mifune è semplicemente divino, anche nelle sue espressioni più forzate e caricaturali.

venerdì 18 settembre 2015

Top 100 FILM da vedere (dal n. 91 al n. 89)



91. Dersu Uzala (1976) di Akira Kurosawa


Tenera e intensa storia d'amicizia tra un capitano russo e un buffo ma abile cacciatore tunguso nella tajga gelata dell'Oblast' Amur. La natura selvaggia è la vera protagonista di questo film, nell'alternarsi delle stagioni e dei colori.
Kurosawa è un poeta del cinema, e la metrica della sua poesia si esprime con una tecnica tanto semplice quanto esemplare; sequenze e dialoghi distesi, paesaggio sonoro di uccelli e acque alternato da pezzi sinfonici, bellissima mimesi cromatica tra attori e "set" naturale, inquadratura raffinata senza ricercatezze.
Tuttavia la sintesi perfetta della semplicità, proprio come un magnifico paesaggio al calare del sole, si può superficialmente confondere con faciloneria e scontatezza. Per lo stolto l'haiku equivale allo scontrino del Billa; per lo stolto l'uomo è un dio, mentre è solo fragile, debole, piccolo. Un'onda lo travolge, una fredda tempesta lo lascia stecchito. Per cui, keep calm and watch Kurosawa before you die.

90. Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog


Maestoso e incompleto. Poesia, avventura, follia, Klaus Kinski è la quintessenza della interpretazione sofferta, incarnata, perfino traumatica. L'accuratezza e la grandiosità di Herzog scontano l'accusa di un certo manierismo, ma un film così deve essere visto. Risalire la corrente, spostare una nave su una montagna, affrontare le rapide, portare la voce di Caruso nella giungla; questa è una sfida culturale per cui vale proprio la pena vivere.

89. Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen

Un crime del genere 'caccia all'uomo', lento e sanguinolento. Estremamente silenzioso, felpato e spietato come l'eccelso badman di turno; sicuramente Chigurh/Javier Bardem compete con Joker/Ledger per la palma del miglior villain degli anni 2000.
La sua è una efferatezza chirurgica (nomen omen?), a cui fa da contrappeso un ruvido ed efficace Josh Brolin; i Coen danzano perfettamente a loro agio sul tappeto steso dal formidabile Cormac McCarthy, uno scrittore di rara potenza, e sarebbero i nomi giusti per una trasposizione del cruento magnifico Meridiano di sangue.

giovedì 23 aprile 2015

Cavalieri di pellicola

CHE FILM, QUEI FILM (consigli di visione, tre per volta)
[n.04]

Per la festa di San Giorgio, patrono di arcieri e cavalieri, tre film a tema o sfondo cavalleresco a diversissime latitudini:

Il Settimo Sigillo (Det sjunde inseglet, 1957) di Ingmar Bergman

Cavalleria delle fredde lande nordiche
La bellezza segreta di scoprire la storia dentro questo film, del quale tutti - ma proprio tutti - conoscono un solo dettaglio; la partita a scacchi tra il cavaliere e la morte. Immagine innegabilmente fascinosa, ma che non esaurisce la portata di questo poliedrico memento mori su pellicola, in quanto si tratta soltanto dello strumento che serve a tenere i fili della trama. Bergman, nordico eretico insofferente allo spiritually correct, dipinge coi bianchi abbacinanti e i bei neri carichi della fotografia di Gunnar Fischer un viaggio picaresco attraverso le lande danesi medievali battute dalla peste e dalla superstizione, in cui emerge la diafana figura di uno splendido e ieratico Max Von Sydow circondato da personaggi caricaturali. Un castello di "destini incrociati" è il silenzioso alveo dell'ultima notte; il primo piano stringe sullo sguardo magnetico di Gunnel Lindblom, le sue labbra si stringono e si allargano prima di pronunciare il definitivo "L'ora è venuta!".


Trono di Sangue (蜘蛛巣城, 1957) di Akira Kurosawa

Feudalesimo del Sol Levante
Un magistrale Macbeth con katana e kabuto sullo sfondo del Giappone feudale. Un coro greco ci introduce al panorama desolato di nebbia e vento da dove con un flashback veniamo portati alle vestigia di una antica fortezza. Due cavalieri sperduti nell'intrico della foresta sotto la pioggia incontrano uno spirito con le sembianze di una vecchia diafana tessitrice, che predirà loro un glorioso e terribile futuro.
Così nel solco di una profezia che andrà inesorabilmente ad avverarsi vaticinio per vaticinio, cresceranno nel cuore del vulcanico Washizu il fuoco del sospetto e dell'alienazione, alimentato dai sussurri di una laconica Lady Macbeth in frusciante kimono.
Kurosawa orchestra con grandezza una trama profondamente ancorata al modello scespiriano, che tra oscuri presagi e intrighi di palazzo giunge al grande assedio finale beffardamente architettato dal destino, così imprevedibile nelle sue stravaganti manifestazioni perfino nei circuiti chiusi delle profezie.
Toshirō Mifune è semplicemente divino, anche nelle sue espressioni più forzate e caricaturali.

I cavalieri del Nord Ovest (She wore a yellow ribbon, 1949) di John Ford

Cavalieri delle praterie americane
L'amore che nutro verso i film di John Ford è vasto come la Monument Valley, sconfinato come gli orizzonti rosseggianti dove galoppa lontana una fila serrata di ombre, cappello svolazzante e sciabola sguainata. In questo luminescente She wore a yellow ribbon, secondo della Cavalry Trilogy, Ford porta la sua inarrivabile epica al traguardo del colore, negli sgargianti tramonti magici, surreali dietro al granitico vecchio John Wayne, in divisa blu e bretelle bianche, inginocchiato in un piccolo cimitero tra le mesas. Coi baffi grigi, la rughina che scende dalla fronte, gli occhi illanguiditi dall'età (in realtà invecchiato ad hoc per la pellicola), qui Duke impersona un capitano - cuor di leone, pasta d'uomo - a pochi giorni dalla pensione; il vecchio saggio e coraggioso, pronto a sacrificare sè stesso per la patria e i suoi ragazzi, che trova perfino la soluzione pacifica, con calma senile, ai giovani irruenti tamburi di guerra.
A lui si accompagnano i soliti vecchi compagni di set, l'erculeo e bonario Victor MacLaglen, l'ex primastella George O'Brien, il giovanotto tempestoso John Agar e l'inguantato biondino Harry Carey jr. Il quadro si completa con l'espressiva ed energica Mildred Natwick (Oscar nel '67 con la commedia romantica A piedi nudi nel parco) e l'oca giuliva Joanne Dru.
Vorrei riguardare questi film centinaia e centinaia di volte, fino a impararli a memoria. L'ingresso trionfale di Ford nel mondo del colore è un'estasi visiva (a dire il vero c'era già arrivato con Il texano, ma il dislivello tra le due opere è notevole), le sgroppate delle sue scuderie hanno scolpito la storia del western come forse ahimè i tendini di quei poveri, magnifici cavalli lanciati a razzo giù per i dirupi.