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giovedì 1 ottobre 2015

Top 100 FILM da vedere (dal n. 70 al n. 68)



70. Aurora (1927) di Friedrich W. Murnau

L'espressione di un viso è quanto di più naturale esista al mondo; il cinema di Murnau, certo più figlio del teatro di quanto lo siano registi moderni, ricerca ossessivamente l'impatto di occhi e volto dell'attore sul pubblico, l'estetica di un sorriso etereo femminile o l'aria minacciosa di uno sguardo belluino da invasato. Dalla naturalezza dell'espressione viene creato dunque l'artificio dell'ismo; da questa esasperazione artistica Murnau trae la "creta" per modellare un capolavoro come Sunrise - A song of two humans, dove gli occhi sono protagonisti. L'ambientazione coglie l'annosa dicotomia tra il bucolico, onesto e naturale humus della campagna, ed il cupo, corrotto e caotico spirito della città; il soggetto di Aurora è semplice e antico come la storia del giardino dell'Eden, dove al posto del serpente troviamo la donna ammaliatrice e perversa (stupenda Margaret Livingston, che danza un sabba vertiginoso ed erotico al chiaro di luna). La vicenda però non è così lineare come potrebbe sembrare; il titolo infatti punta chiaramente al trionfale disciogliersi delle tenebre, l'aurora redentrice e luminosa, ma per giungere all' approdo di un rassicurante happy ending lo spettatore deve essere provato dalla corda tesa della tragedia. I due "umani" della storia, marito e moglie, non passano per una semplice "crisetta", diciamo così (e non dico altro per risparmiarvi spoiler). Il percorso di riunificazione di due anime - per quanto sintetizzato 'artisticamente' nell' arco di tempo di un giorno e una notte - deve risanare un momento di gelida follia, e non sarà facile... C'è spazio anche per l'ilarità che suscita la goffaggine campagnola della coppia immersa nel caos della città; grandiose le scene al salone del parrucchiere e al luna park, con tanto di primo piano su un maialino ubriaco.

69. Les enfants du Paradis (1945) di Marcel Carné


Monumentale film del tardo realismo poetico in sospeso tra commedia romantica, pantomima e tragedia, girato in pieno periodo di occupazione nazista tra Parigi e Nizza. Una folle danza dell'amore, dove gli amanti girano in tondo come i cavalli del circo, senza prendersi mai. Un amore che qui a volte appare quasi come una forma di egoismo; che tu sia una donna angelicata o l'uomo dei sogni, hai le sembianze della mia dolorosa speranza, in cui non c'è spazio per ciò che realmente sei. Tutto ruota attorno all'ammaliante Garance, interpretata da una già matura Arletty, irriverente diva francese celebre per la sua liaison con un ufficiale della Luftwaffe durante l'occupazione, per cui fu arrestata e brevemente incarcerata; in quell'occasione dichiarò con sarcasmo: "mon coeur est français mais mon cul est international". Capito il personaggio?
Lo spasimante è il mimo Baptiste interpretato da Jean-Louis Barrault, maestro del teatro totale, dalla gestualità e dalle espressioni semplicemente magiche. Personaggio che comunque risulta irritante nella sua testarda infatuazione. Tra gli antagonisti il migliore è senza dubbio l'attore viveur Frédérik, un effervescente Pierre Brasseur, autentico padrone del palcoscenico specie in un bellissimo piano sequenza dove "vilipende l'opera drammatica" di tre autori improvvisando un metateatro farsesco che ovviamente manda in visibilio il loggione (o piccionaia, che in francese è appunto definito "paradis" da cui il titolo). Per Woody Allen questo è il miglior film della storia del cinema, per i francesi è il miglior film francese della storia. Insomma, la grandeur c'è eccome; poi c'è da dire che a carnevale ognuno sceglie la maschera che più gli aggrada, è naturale. L'importante è che reperiate l'edizione integrale francese (3 ore) e non vi limitiate a quella triturata dalla solita macelleria editoriale italiana (un'ora e mezza).

68. Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972) di Sidney Pollack


Film stupendo, una grande sinfonia su pellicola. E così lo costruisce Pollack, partendo da una vera e propria overture; l’incipit è una suggestiva foto delle Montagne Rocciose e un allegro-maestoso in stile country composto da Tom McIntire e John Rubinstein. La storia di Jeremiah Johnson è avvincente, regala splendidi paesaggi innevati e un affresco delicato e selvaggio delle popolazioni injun. Robert Redford è al picco più alto della sua onorata carriera, e incarna il prototipo del trapper solitario stanco delle città e delle guerre (tratto dalla storia vera di Liver-Eating Johnson), che ha spalancato un meraviglioso mondo immaginario ai fumetti (vedi ad esempio Ken Parker) ed altre forme tra finzione e realtà, raccontando queste drastiche scelte di vita selvaggia. Will Greer nei panni del vecchio Bear-Claw è uno spasso che non si può davvero perdere.

venerdì 20 febbraio 2015

Un tris d'assi tra gli Oscar del passato

CHE FILM, QUEI FILM (consigli di visione, tre per volta)
[n.03]

Un altro bel tris d'assi, per un magnifico weekend all'insegna del Grande Cinema; vista la concomitanza con la cerimonia degli Oscar, eccovi tre "best movies" del passato.
Buona visione.

Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, 1927)
Ad "Aurora" il primo Oscar della storia, conferito nel 1929

Quando si sente dire la parola "espressionismo" si può pensare a inaccessibili filoni della cultura cinematografica, per la quale è necessario lo studio matto e disperatissimo, il papillon, l'occhialino tondo e l'alzata di sopracciglio. L'espressione di un viso è quanto di più naturale esista al mondo; il cinema di Murnau, certo più figlio del teatro di quanto lo siano registi moderni, ricerca ossessivamente l'impatto di occhi e volto dell'attore sul pubblico, l'estetica di un sorriso etereo femminile o l'aria minacciosa di uno sguardo belluino da invasato. Dalla naturalezza dell'espressione viene creato dunque l' artificio dell'ismo; da questa esasperazione artistica Murnau trae la "creta" per modellare un capolavoro come Sunrise - A song of two humans, dove gli occhi sono protagonisti.
L'ambientazione coglie l'annosa dicotomia tra il bucolico, onesto e naturale humus della campagna, ed il cupo, corrotto e caotico spirito della città; il soggetto di Aurora è semplice e antico come la storia del giardino dell'Eden, dove al posto del serpente troviamo la donna ammaliatrice e perversa (stupenda Margaret Livingston, che danza un sabba vertiginoso ed erotico al chiaro di luna, e in un'altra scena scopre perfino spalla e schiena... nel 1927!!!).
La vicenda però non è così lineare come potrebbe sembrare; il titolo infatti punta chiaramente al trionfale disciogliersi delle tenebre, l'aurora redentrice e luminosa, ma per giungere all' approdo di un rassicurante happy ending lo spettatore deve essere provato dalla corda tesa della tragedia. I due "umani" della storia, marito e moglie, non passano per una semplice "crisetta", diciamo così (e non dico altro per risparmiarvi spoiler). Il percorso di riunificazione di due anime - per quanto sintetizzato 'artisticamente' nell' arco di tempo di un giorno e una notte - deve risanare un momento di gelida follia, e non sarà facile...
C'è spazio anche per l'ilarità che suscita la goffaggine campagnola della coppia immersa nel caos della città; grandiose le scene al salone del parrucchiere e al luna park, dove scoprirete la gioia segreta di guardare il primo piano di un maialino ubriaco.

Com'era verde la mia valle (How green was my valley, 1941) 
Il film vinse l'Oscar nel 1942

Ford pesca a piene mani dal vecchio romanzone di Llewellyn (che oggi campeggia ingiallito in ogni bancarella o robivecchi che si rispetti, fossile di un best-selling d'altri tempi) mettendo in scena la tragedia dei minatori gallesi a inizio secolo, in un mondo che volgeva verso l'industrializzazione spietata delle riduzioni salariali e dal licenziamento facile. Una fotografia nitida ed un cast di buoni attori dalla ciancicante parlata gallese (stendiamo un velo pietoso sul ridicolo doppiaggio italiano simil-meridionale, da taluni perfino celebrato...); bella e toccante la tormentata storia d'amore tra il pastore Gruffydd (Walter Pidgeon) e la giovane Angharad (Maureen O'Hara). Straordinario Donald Crisp nei panni del padre-patriarca, gran lavoratore, ferrea dignità e carattere, pezzo d' onestuomo.

I migliori anni della nostra vita (The best years of our lives, 1946)  

Questo film di Oscar ne vinse 7, tra cui la miglior regia a Wyler
Un film eccezionale, questo dramma di Wyler. Racconta del ritorno degli eroi, in particolare di tre militari sopravvissuti alla Grande Guerra sul fronte del Pacifico, in una cittadina della periferia americana. Qui riallacceranno i fili della loro vita interrotta, quella che si erano lasciati alle spalle dopo l'arruolamento; luoghi ed affetti immutati o cambiati, anche deteriorati o spenti, figli cresciuti.
L'interpretazione più toccante è quella riservata ad Harold Russell, attore non professionista e vero reduce di guerra, del quale noi italiani non possiamo non riconoscere subito l'inconfondibile, roco e romantico doppiaggio di Ferruccio Amendola. Egli è Homer, un marinaio che torna con due uncini al posto delle mani, e per quanto si sforzi di apparire normale nelle piccole cose quotidiane, soffre perchè non può accarezzare la sua amata...
Di gran spicco, a mio avviso, la prova delle attrici; un ruolo che richiede allo spettatore d'oggi lo sforzo minimo di immedesimazione nello spirito "americanamente virile" di quegli anni, tenendo per un attimo da parte il patrimonio di emancipazione femminile addivenire. La donna che scarrozza il marito a bere per i locali e lo mette a letto ubriaco sfatto, la figliola che studia con profitto amministrazione domestica; l'unico spirito libero risulta quello di Virginia Mayo, personaggio ovviamente negativo e adulterino, splendida nella sua figura da principessa del night. Ma al di là di queste doverose puntualizzazioni 'sociologiche', l'austera dolcezza di Myrna Loy rimane intatta, così come la tenerezza giovanile di Teresa Wright o l'intensa determinazione nuziale di Cathy O'Donnell, che intende sposare l'uomo che ama anche se mutilato. Da brividi le sequenze finali; a parte il solito ed inevitabile lieto fine romanzato, è impressionante la scelta di Wyler di tenere la telecamera impietosamente fissa sulle mani degli sposi, in una cerimonia dove le mani hanno un ruolo predominante (lo scambio degli anelli, il prete che chiede di prendere la mano dello sposo per il giuramento). E' un pezzo da antologia del cinema, se non da antologia del sentimento, quello vero, che si fa spazio anche nel doloroso e nel grottesco.